venerdì 1 aprile 2016

La confessione di Lev Nikolaevič Tolstoj

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Di Lev Nikolaevič Tolstoj Editore: Liber liber
Lingua: Italiano | Numero di pagine: | Formato:eBook
Isbn-10: 8897313124 | Isbn-13: 9788897313120

 

In tutta l’angoscia di incertezza che mi perseguita l’arte per me è ancora miele

Leggendo “La confessione” di Tolstoj ho trovato la spiegazione semplice e chiara del perché dipingo, tra tutto ciò che ho letto in questo libro questa è la cosa che mi riguarda forse di più da vicino ed ho scritto in merito un piccolo post sul mio blog Pennelli & Parole.

Ma veniamo al libro in sé, il primo aggettivo che mi viene in mente è palloso da morire… lo so che è poco letterario come aggettivo ma la sensazione è quella; che poi si tratti comunque di un’opera ricca di considerazioni interessanti e di concetti sui quali riflettere è un altro discorso.

Sicuramente qui Tolstoj parla con il cuore in mano e ci porta a conoscenza di tutte le sue elucubrazione che in un impeto di volgarità e di mal sopportazione potrei chiamare seghe mentali… mi rendo conto che in questo mio commento sono alquanto priva di pazienza… probabilmente perchè a me pare di aver fatto un percorso completamente opposto all’autore, per cui quella che per lui è un evoluzione della sua persona per me è simile ad un rimbecillimento dettato dalla paura di morire e di aver vissuto una vita insulsa… sì, devo ammettere che questa lettura sta tirando fuori il peggio di me, la parte più insofferente e acida, se vi infastidisco smettete di leggere😛 e non mi offenderò!

Poichè gli spunti sono molti e questa recensione è già nata storta andrò per gradi e riportando le citazioni farò le mie osservazioni in proposito punto per punto:

“L’inizio di tutto era stato, si capisce, il perfezionamento morale, ma presto era stato sostituito dal perfezionamento in generale, cioè dal desiderio di essere migliore non dinnanzi a me stesso o dinnanzi a Dio, bensì dal desiderio di essere migliore dinnanzi agli altri uomini. E molto presto questa aspirazione ad essere migliore dinnanzi agli uomini fu sostituita dal desiderio di essere più forte degli altri uomini, cioè più celebre, più importante, più ricco degli altri.”

Osservazione giusta, mettersi in discussione e capire cosa sia autentico e cosa sia solo frutto di una ricerca di affermazione è fondamentale per la crescita individuale.

“Noi tutti allora eravamo convinti che bisognasse parlare e parlare, scrivere, stampare il più possibile e il più presto possibile, che tutto ciò fosse necessario per il bene dell’umanità. E noi, a migliaia, smentendoci e ingiuriandoci l’un l’altro, non facevamo che pubblicare, scrivere, per istruire gli altri. E, senza accorgerci che non sapevamo nulla, che al più semplice problema della vita – che cosa è bene, che cosa è male? – non sapevamo cosa rispondere, noi tutti senza ascoltarci l’un l’altro parlavamo tutti contemporaneamente, talvolta indulgendo e lodandoci l’uno con l’altro affinché anche con noi fossero indulgenti e ci lodassero, e talvolta invece irritandoci e urlando uno più forte dell’altro, proprio come in un manicomio.”

Un errore in cui gli intellettuali incorrono è proprio questo, credere di avere la verità in tasca e avvitarsi su discorsi sempre più sterili. Spesso le elucubrazioni sono utili ma altrettanto spesso finisce che si parla di lana caprina senza apportare nulla di più alla propria persona.

“Così che, per quanto io rigiri queste risposte speculative della filosofia, in nessun modo riceverò qualcosa che assomigli ad una risposta, e ciò non perché, come in campo sperimentale, esatto, la risposta non sia pertinente alla mia domanda, ma perché qui, sebbene tutto il lavoro della ragione sia concentrato appunto sul mio problema, una risposta non c’è, e invece della risposta si ottiene quella stessa domanda, soltanto in una forma ulteriormente complicata.”

Concordo totalmente con questa affermazione, non è possibile ottenere una risposta…ma per me questo non giustifica la religione, in questo modo la religione diventa solo uno strumento per placare la nostra sofferenza di non sapere, un mettere la testa sotto la sabbia. E infatti…

“Ed io capii che la fede di quelle persone non era la fede che io cercavo, che la loro fede non era la fede, era soltanto una delle consolazioni epicuree della vita. Io capii che quella fede poteva servire forse, se non come consolazione”

“Ed io cominciai ad avvicinarmi ai credenti che v’erano tra le persone povere, semplici, ignoranti, ad avvicinarmi ai pellegrini, ai monaci, agli scismatici, ai muziki. La dottrina religiosa di questa gente del popolo era anch’essa cristiana così come la dottrina religiosa degli pseudocredenti della nostra cerchia. Alle verità cristiane era mescolata anche molta superstizione, ma la differenza era questa, che le superstizioni dei credenti della nostra cerchia erano per loro completamente superflue, non erano collegate con la loro vita, erano soltanto una specie di divertimento epicureo; e invece le superstizioni dei credenti che appartenevano al popolo lavoratore erano fino a tal punto collegate con la loro vita che non si poteva assolutamente immaginarsi la loro vita senza quelle superstizioni: esse costituivano una condizione imprescindibile di quella vita. ”

“Tutto quello che noi facevamo, i nostri ragionamenti, la nostra scienza, le nostre arti, tutto ciò mi apparve come un trastullo da ragazzi. Io capii che non si doveva cercare un senso in tutto ciò. E invece quel che faceva il popolo lavoratore, il quale costruisce la vita, mi appariva come l’unica occupazione degna di rispetto. E capii che il senso che veniva attribuito a quella vita era la verità, e l’accettai”

Lo spunto iniziale mi trova concorde, ma poi si va nel banale secondo me… questo concetto secondo cui la verità si trova nella gente povera e semplice non lo condivido. L’ignoranza è male, la superstizione è male, il dover lavorare per un tozzo di pane senza poter pensare a concetti più elevati è male… il credere che nella povera gente ci sia la verità perchè hanno pensieri semplici è sbagliato. E’ logico che chi deve faticare per la sopravvivenza non ha energia, né tempo, né forse l’istruzione per filosofare, ma chi si trova in questa condizione a parer mio non detiene la verità, ha semplicemente la necessità di sopravvivere.

“Capii che la verità mi era stata nascosta non tanto dall’errore del mio pensiero, quanto dalla mia vita stessa, in quelle eccezionali condizioni di epicureismo, di soddisfazione di ogni libidine, in cui l’avevo trascorsa. ”

Beh… esistono anche le vie di mezzo…

“La coscienza dell’errore in cui cade la conoscenza razionale mi aiutò a liberarmi dalla tentazione dell’ozioso filosofare. La convinzione che la verità si può trovare soltanto mediante la vita, mi spinse a dubitare della giustezza del mio modo di vivere; ma ciò che mi salvò fu soltanto il fatto che io riuscii a svincolarmi dal mio esclusivismo e a vedere la vera vita del semplice popolo lavoratore e a capire che quella soltanto è la vera vita.”

Vedi commenti sopra: non concordo sul fatto che le menti semplici soltanto possano gustare la vera vita.

“Non ero più nella situazione in cui mi trovavo da giovane, quando pensavo che tutto nella vita fosse chiaro; in effetti ero giunto alla fede perché, eccetto la fede, nulla, davvero nulla, avevo trovato se non la morte; per questo abbandonare quella fede era impossibile ed io mi sottomisi. E trovai nel mio animo un sentimento che mi aiutò a sopportare tutto ciò. ”

 La religione come appiglio…a che serve? Ingannare se stessi per trovare un conforto alla paura di morire?

“Quella dottrina che mi aveva promesso di unire tutti in un’unica fede e in un unico amore, quella dottrina stessa per bocca dei suoi migliori rappresentanti mi diceva che quelle erano tutte persone che si trovavano immerse nella menzogna e che ciò che dava loro la forza di vivere era la tentazione del diavolo e che noi soli eravamo in possesso dell’unica verità possibile. ”

“Non è possibile – dicevo io – intendere la dottrina in modo più alto, così che per l’altezza della fede scompaiano le differenze, così come scompaiono per chi crede veramente?”

Mi pare una giusta considerazione… se il fondamento delle religioni è basato su principi simili, perchè poi farsi la guerra sulle procedure? Perchè l’uomo vuole mettere dogmi e regole che allontanano le persone tra di loro? Perchè queste strumentalizzazioni che da sempre hanno portato violenza e morte?

“Capii tutto. Io cerco la fede, la forza della vita, ed essi cercano il modo migliore per ottemperare di fronte agli uomini a certi impegni umani. E quando ottemperano a questi impegni umani essi lo fanno in quanto uomini. Essi hanno un bel dire della propria compassione per i fratelli smarriti, delle preghiere innalzate per loro al trono dell’altissimo, per ottemperare gli impegni umani è necessaria la violenza, ed essa sempre è stata, è e sarà adoperata. Se due fedi ritengono di essere ciascuna nella verità mentre l’altra è nell’errore ciascuna di esse, desiderando attrarre i fratelli verso la verità, propaganderà la propria dottrina. ”

“In quel mentre in Russia c’era la guerra. E i russi, in nome dell’amore cristiano, cominciarono ad uccidere i loro fratelli. Non pensare a questo, non era possibile. Non vedere che l’omicidio era un male contrario ai primi fondamenti stessi di ogni fede, non era possibile. E intanto nelle chiese si pregava per il successo delle nostre armi e i maestri della fede consideravano quell’omicidio come qualcosa che derivava dalla fede.”

E qui sta il nocciolo della questione…le religioni sono fatte dagli uomini. Ammesso e non concesso che un dio esista chi decide come pregarlo? Chi mette le regole? Gli uomini… e finora abbiamo visto i risultati…

“Ma da dove era venuto il falso e da dove era venuto il vero? Sia la menzogna sia la verità sono tramandate da ciò che chiamiamo la chiesa. Sia la menzogna sia la verità sono contenute nella tradizione, nella cosiddetta sacra tradizione e nella scrittura.

E, che lo volessi o no, io ero indotto allo studio, all’indagine su questa scrittura e su questa tradizione, indagine che avevo tanto temuto fino a quel momento.”

Appunto. E quindi?

Il libro non conclude, o se conclude trae una conclusione che io forse non comprendo.

Da quel poco che mi è parso di capire, e lo dico con parole molto povere, ad un certo punto Tolstoj colto dal disgusto della sua vita e dalla paura della fine si è riavvicinato alla religione; questo avvicinamento è stato difficile perchè si è scontrato con una serie di problemi da lui esposti nelle sue meditazioni e perciò è arrivato ad avere una sorta di fede super partes, una fede slegata alle religioni ufficiali.

Ho capito bene? Non lo so. Sta di fatto che mi sento quasi tradita da Tolstoj, un personaggio così colto ed intelligente che fa un percorso a mio parere a ritroso, che parte dalla sapienza della conoscenza per arrivare alla fede priva di fondamenti reali, perchè in fin dei conti le spiegazioni che lui da del perchè si debba credere non mi hanno convinta, o forse è probabile che nella mia piccolezza non li abbia capiti…

 


Archiviato in:. RECENSIONI Tagged: tolstoj

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