mercoledì 23 marzo 2016

Il giorno del giudizio di Salvatore Satta

47d801c85c906082ceb384f09e3c6490_w240_h_mw_mh_cs_cx_cyIl giorno del giudizio
Di Salvatore Satta
Editore: Adelphi (Gli Adelphi, 13)
Lingua: Italiano | Numero di pagine:292
Isbn-10: 8845907627 | Isbn-13: 9788845907623

 

 

La bellezza discreta di un capolavoro

Mi trovo in grande difficoltà a recensire questo libro, mi mancano le parole per esprimere il motivo per cui mi è piaciuto così tanto ed elencarne i pregi. Raramente mi capita ciò, ma in questo caso mi sento di dire che la bellezza di quest’opera è talmente discreta, sommessa, che risulta difficile appigliarsi ad un particolare per parlarne. Sicuramente ho trovato ne “Il giorno del giudizio”l’universalità di certe cose umane che trovo nei grandi autori, quell’universalità di tempo e spazio che solo i capolavori possiedono.

Non ho letto molti autori sardi, mi ero innamorata di Accabadora di Michela Murgia per poi rimanere leggermente delusa da L’incontro, mi è piaciuto Nel tempo di mezzo di Marcello Fois senza però entusiasmarmi più di tanto, la famosissima Grazia Deledda con La danza della collana non mi aveva conquistata; poi è arrivato Salvatore Satta con Il giorno del giudizio ed ho pensato ecco, questo è un capolavoro!

La misura con cui vengono usate le parole per raccontare mi ha sconcertata, nulla di ciò che l’autore ha scritto è in più, niente è superfluo, eppure lo stile non è scarno; il realismo della storia mi ha fatto pensare a Giovanni Verga anche se in Satta ho trovato forse meno coinvolgimento dal punto di vista della narrazione, se nel Verga traspare una profonda pietà per i disgraziati di cui parla, in Satta questa pietà la avverto in modo più sottile, meno evidente, come se lo scrittore fosse solo un testimone di queste vite e le voglia raccontare con distacco, questo tuttavia non significa mancanza di empatia o  freddezza.

All’inizio ho faticato per calarmi nella mentalità sarda narrata nel romanzo, una mentalità che differisce da quella del sud a cui sono già più abituata avendo letto ormai vari libri ambientati in Sicilia o comunque nel meridione, la Sardegna forse è la più isola di tutte, quella che è vissuta veramente fuori dal resto dell’Italia, e questo si avverte dalle storie che da essa provengono.

Vorrei spendere due parole per il fantastico Toni Servillo che ha letto il libro per Ad alta voce, il podcast grazie al quale ho potuto assaporare questa lettura; in parte mi è mancato il testo cartaceo da sottolineare e rimacinare con i miei tempi, tuttavia la voce di questo attore e l’intonazione sono stati un valore aggiunto che non sempre si trova ascoltando un audiolibro. Qualcuno ha polemizzato sulla pronuncia di Nuoro sostenendo che Servillo non ha rispettato l’accento sardo, personalmente credo che sia stata non una svista ma una scelta di dizione esclusivamente musicale, credo che l’accento messo al posto giusto avrebbe reso molto meno fluida la lettura… ma sono particolari poco importanti rispetto alla bellezza del romanzo ed alla storia narrata.

Una lettura è poca, o meglio, nel mio caso un ascolto è poco, e non  escludo che prima o poi ricomincerò  da capo.

Nel frattempo, non riuscendo a dire di più vi lascio qualche citazione.

“il potere, contro le apparenze, si manifesta più col dare che col togliere”

“del resto la differenza tra la regina e la schiava corre sul filo del rasoio”

“La sola superiorità che Don Sebastiano aveva su Donna Vincenza era il potere. Che comunione o non comunione dei beni: queste sono tutte stupidaggini che figurano nei codici. Il potere era il danaro che Don Sebastiano ricavava dalla professione (e perla sua bravura, e per la fiducia che ispirava diventava sempre più cospicuo) e senza quel danaro Donna Vincenza aveva poco da essere intelligente.”

“Era una cosa da nulla, diciamo la verità: che cosa costa chiedere al marito quattro soldi per fare la spesa, che poi si riduceva a un poco di carne, e non tutti i giorni, perché il resto veniva dalla campagna o dai regali dei clienti? Ma quei quattro soldi erano il terribile prezzo che doveva pagare per riconoscere la propria inesistenza, e mai si sarebbe piegata a questo.”

“Neppure il cinematografo riproduce la vita, perché anche se si muovono, non sono che fotografie, l’una dopo l’altra.”

“il costume era che chi ha deve dare, anche per mostrare di avere”

“Figli non ne erano venuti, ma questo non aveva nessuna importanza. Né l’uno né l’altra sentivano il bisogno di continuarsi, perché non avevano il senso della propria incompletezza.”

“Era un uomo buono, e pareva chiedere scusa a ogni morto di doverlo seppellire, ma tant’è lo seppelliva, senza curarsi se fosse povero o ricco, se fosse Fileddu o Don Sebastiano; e questo non gli procurava né odio né amore, ma lo rendeva come il padrone di tutti.”

“La sua parola era mite, dolce, perché sapeva che quegli ignoranti vivevano contenti del loro stato, e non avrebbero mai accettato di rivoltarsi contro Nuoro e le sue leggi. Il suo scopo era soltanto quello di aprire nei loro cuori una speranza; dopo avrebbero odiato Don Sebastiano,Don Serafino, Don Pasqualino, i naturali ostacoli alla speranza: per luicome per loro.”

“Don Ricciotti seguiva col suo termometro infallibile il crescere della speranza nei suoi ascoltatori. Non aveva niente da offrire, ma non c’era bisogno che offrisse nulla. Egli aveva scatenato la loro fantasia, e questo bastava, per il momento. Per indirizzarli verso il suo fine, e cioè abituarli all’idea dell’ingiustizia privata, l’ingiustizia di Don Sebastiano che usurpava la sua casa di Loreneddu, pensò che la via più facile, e la meno pericolosa, era quella di passare per la cosa pubblica. Cosa pubblica e cosa di nessuno sono la stessa cosa

“Gli applausi salirono al cielo. «Sì, perché voi siete stati fino ad oggischiavi, e non ve ne siete accorti. Non è vero che la schiavitù è stataabolita. Chi non possiede beni non è libero, non è nemmeno un uomo, è un bracciante o un giornaliero. Questo è il nome che vi dànno». I contadini di Sèuna ascoltavano quella voce tonante che riempiva tutta la contrada. Essi non sapevano di essere schiavi, e nemmeno che cosa era la schiavitù, perciò restavano attoniti.”

Ridurre la lotta politica a una lotta dell’uomo contro l’uomo, la sola che quei seunesi, e i miseri di tutte le contrade potessero capire.”

“Il cimitero di Nuoro, che aveva le braccia larghe, lo ricevette. Nessuno sapeva da dove veniva, come nessuno sapeva dove andava. E poiché non aveva un nome, non si sapeva neppure se veramente fosse esistito.” (*)

“Egli non si rendeva conto che per tutti giunge il momento in cui si sta al mondo perché c’è posto, e questo momento ora era giunto per lui.”

Passi di: Il giorno del giudizio. “Salvatore Satta”

(*) Questa citazione riferita ad un povero bambino profugo ( a quanto pare i profughi ci sono sempre stati!) mi ha fatto pensare al popolo di Lampedusa, che accoglie vivi e morti, spesso senza nome, che passano da lì come se nemmeno esistessero per la maggior parte del mondo.


Archiviato in:. RECENSIONI, Capolavori, I miei libri preferiti Tagged: satta

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