lunedì 20 gennaio 2014

Il grande Gatsby di F.S.Fitzgerald

Copertina di Il grande Gatsby

Povero Gatsby (4,8 stelle)

Ed eccomi giunta al secondo tentativo di lettura de “Il grande Gatsby”, stavolta andato a buon fine.
Il primo tentativo lo avevo fatto con un'edizione tradotta da Fernanda Pivano ma che avevo abbandonato, a questo link spiego perchè.
La traduzione di Tommaso Pincio mi è sembrata godibile e mi auguro che sia stata fedele allo spirito originale di Scott Fitzgerald.
Leggo con dispiacere, nella postfazione del traduttore, che quando questo libro fu pubblicato non ebbe il successo che ha invece avuto a posteriori, che venne considerato limitato, immaturo.
A me è sembrato tutt’altro.
Innanzitutto si legge facilmente pur non essendo banale nella forma, e i contenuti ci sono eccome anche se più che spiattellati davanti al lettore vengono quasi suggeriti, si intuiscono.
Ci troviamo davanti ad un quadro della Lempicka, bei volti e bei vestiti, con fondali ambigui e oscuri. Dietro la bellezza del mondo descritto si cela una malvagità dettata dall’indifferenza di chi è vissuto sempre nella bambagia, di chi è nato ricco e nemmeno si rende conto forse della propria cattiveria. Perché nascere ricchi è effettivamente molto diverso che diventarlo.
In questo romanzo ho trovato una capacità descrittiva fuori dal comune relativa più al modo di essere che di apparire fisicamente o del comportarsi. Leggendo le descrizioni dei protagonisti si percepiscono immediatamente l’attitudine, il carattere, l’indole.
Il tema della ricchezza e della non ricchezza sono il fulcro del libro, il carosello di personaggi che ruotano intorno a Gatsby per beneficiare delle sue feste megalomani, lo sdegno malcelato di chi ricco lo è sempre stato e giudica l’arricchito nei suoi eccessi di prodigalità, la solitudine infinita di chi ha messo su un teatrino per amore di una donna ed è entrato a far parte di un mondo che in realtà non lo accetta.
“Il grande Gatsby” è uno di quei libri senza tempo, che racconta di cose sempre uguali, cambiano gli attori, le epoche ma certe dinamiche non cambiano mai. Lo si vede bene anche in un episodio apparentemente marginale rispetto alla storia, dove il fotografo McKee invano cerca un’appoggio dal potente Tom per emergere in campo artistico e ne ricava soltanto indifferenza, lui è soltanto un passatempo passeggero e casuale, di nessuna importanza. Non è cattiveria, Tom non lo vede proprio.
Di questa baraonda di personaggi per me si salvano umanamente solo Nick (la voce narrante) e Gatsby,  le due anime dell’autore, come suggerisce Pincio nella postfazione. Gatsby perchè tutto ciò che ha fatto lo ha fatto per amore, esagerando forse, giocando poco pulito, ma tutta la sua vita è stata dedicata ad un riscatto dalla povertà ed alla conquista della donna dei suoi sogni.
Nick invece perché è la consapevolezza, lo sguardo non corrotto che vede tutta la vicenda ed i suoi protagonisti per quello che sono e se ne allontana. Gli altri protagonisti, Tom, Daisy e anche Jordan, sono per lo più figure disgustosamente vacue, inconsistenti , oppure dei gretti arrivisti come la povera Myrtle.

E quando non ci sono più feste e le luci sono spente rimane soltanto la solitudine, non c’è più nessuno.

Diverse frasi mi hanno colpita nel libro ma mi limiterò a citarne solo una, ma che in poche righe riassume il nocciolo della questione:

“Tutto era accaduto per sbadataggine e confusione. Erano persone sbadate, Tom e Daisy. Rovinano le cose e le persone e poi si rintanano nel loro denaro o nella loro enorme sbadataggine o in quel che comunque li teneva uniti, e lasciavano che altri rimediassero al guaio che avevano combinato...”


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